La Commissione Ue conferma: "Nei Cpr albanesi si applica la legge italiana"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
La Commissione Europea, interpellata sulle modifiche introdotte dal governo italiano riguardo ai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) in Albania, ha chiarito che la normativa nazionale continuerà a essere applicata, come già avvenuto in precedenza per le procedure d’asilo. Markus Lammert, portavoce per gli Affari interni, ha ribadito che il recente decreto – approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri – rientra nei parametri del diritto comunitario, purché rispettoso dei principi fondamentali.
Il provvedimento, che modifica la destinazione d’uso delle strutture di Gjader e Shengjin, prevede non solo l’identificazione dei migranti soccorsi in mare, ma anche l’attivazione di un hub per i rimpatri di coloro già soggetti a provvedimenti di espulsione dall’Italia. Una scelta che, sebbene innovativa, non ha incontrato opposizioni formali da parte di Bruxelles, la quale aveva inizialmente precisato che i centri, trovandosi fuori dal territorio Ue, non rientravano nella sua giurisdizione diretta.
Giorgia Meloni, commentando le dichiarazioni della Commissione, ha definito il risultato una "premiazione del coraggio" mostrato dall’esecutivo. L’approvazione implicita di Bruxelles, tuttavia, non esonera l’Italia dal garantire il rispetto delle norme internazionali, come sottolineato dallo stesso Lammert, il quale ha assicurato un monitoraggio costante sull’implementazione del sistema.
L’accordo con Tirana, siglato lo scorso novembre, rappresenta un tentativo di esternalizzare una parte del processo migratorio, riducendo la pressione sulle strutture italiane. Restano però da chiarire i dettagli operativi, specie in merito alle garanzie procedurali per gli interessati, la cui permanenza nei Cpr albanesi sarà regolata – secondo quanto confermato – esclusivamente dalla legislazione italiana. La Commissione, pur non opponendosi, mantiene una posizione cauta, evitando di esprimersi su eventuali sviluppi giudiziari o critiche da parte di organizzazioni non governative.