Addio alibi, arriva Tudor. Il dna Juventus esiste e lo dimostrerà
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C’è qualcosa di inevitabilmente cinetico nel mondo del calcio, dove i cambi di panchina avvengono con la rapidità di un colpo di scena in un dramma greco. Fino a ieri, Thiago Motta era l’architetto di un progetto che sembrava poter ridisegnare il futuro della Juventus; oggi, il suo nome è già un capitolo chiuso, relegato agli archivi delle stagioni finite troppo presto. Se il silenzio dei giocatori può essere letto come un indizio, quello che circonda l’addio dell’allenatore è quasi una confessione senza parole: su 28 uomini in rosa, solo Samuel Mbangula ha trovato il tempo per un saluto pubblico. Un dettaglio che, sebbene minimo, racconta molto di più di quanto non facciano i comunicati ufficiali.
La parabola di Motta a Torino è stata segnata da un’ambizione tradita. Quella che doveva essere una rinascita, dopo le delusioni degli ultimi anni, si è trasformata in un susseguirsi di fallimenti: l’eliminazione in Europa League contro il Psv, l’umiliazione in Coppa Italia per mano dell’Empoli e, soprattutto, il quarto posto in Serie A sfumato all’ultimo sprint. Gli allenamenti degli ultimi giorni, descritti da chi li ha osservati da vicino come un esercizio di normalità fittizia, hanno assunto i contorni di un rituale surreale, quasi che l’allenatore stesso sapesse di essere già un fantasma. La decisione della società, maturata dopo ore di valutazioni, è arrivata domenica pomeriggio, mettendo fine a un’esperienza che, almeno sulla carta, avrebbe potuto essere diversa.